Arrival

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Denis Villeneuve firma il suo ottavo lungometraggio, e la fantascienza riparte da qui. Che altro devo dire? Questo fenomeno della macchina da presa è riuscito, dopo numerosi capolavori, a firmare quello che a mio avviso è il suo film più bello
La sceneggiatura è tratta dal racconto di Ted Chiang: “Storia della tua vita”.
Dodici astronavi aliene atterrano in dodici diverse zone della Terra. Il colonnello Weber (Forest Whitaker) a capo dell’esercito degli Stati Uniti recluta la linguista Louise Banks (Amy Adams) e il fisico teorico Ian Donnelly (Jeremy Renner) per cercare di capire cosa vogliano dall’umanità. Nelle altre parti del mondo (Russia, Cina, Giappone, Australia, ecc…) gli altri governi stanno facendo la stessa cosa.

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Riprese di una bellezza unica, racconto di una bellezza unica, e riguardo al cast credo bastino i tre nomi citati qua sopra per farvi capire il livello delle interpretazioni.
Tutto il film ruota intorno a Louise, alla sua personalità, alle sue capacità, al suo presente, al suo passato.
Amy Adams è davvero un’attrice straordinaria, la vera linfa vitale di questa pellicola.

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Ora seguiranno gli SPOILER.
Ho apprezzato moltissimo la rappresentazione sia delle astronavi aliene (simili a dei gusci), sia degli alieni stessi (Heptapodi, di forma indefinita, simili a delle mani giganti con sette dita).
Lampanti sono le citazioni alle sue pellicole precedenti, come ad esempio a “Sicario” (le riprese dell’esercito quando sbarca nel Montana), ma soprattutto a “Enemy” (Heptapodo nel sogno di Louise  Tarantola gigante nel finale di “Enemy”, vedi articolo).
Presenti anche delle frecciatine nei confronti della Cina e della Russia, ma anche degli Stati Uniti stessi (con un gruppo di soldati che diserta, e attiva delle bombe dentro l’astronave).
Emerge la bestialità del genere umano, che come ogni altra specie animale ha paura, e attacca, senza neanche sapere cosa voglia chi ha di fronte.
Solo Louise alla fine riesce a capire le intenzioni di quegli straordinari ospiti, e riceve dagli stessi il dono della percezione non lineare del tempo, potendo così “vedere” il futuro.
Bellissima l’idea della comunicazione degli alieni, una scrittura non lineare, così come ho trovato notevole la rappresentazione della loro percezione del tempo, non lineare, la conoscenza degli eventi che verranno.

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Piano piano così, con il progredire del film, capiamo che la pellicola si è sviluppata su due piani temporali diversi: uno in cui Louise ha una figlia, la vede crescere, ma a un certo punto, una volta adolescente, affetta da una malattia incurabile, muore; l’altro in cui lei insegna all’università, e viene reclutata dall’esercito degli Stati Uniti per l’atterraggio alieno.
Ma quello che credevamo essere il passato (con la figlia che nasce, cresce, e muore) in realtà è il futuro, per il “dono” che gli Heptapodi gli hanno concesso.

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Non basta forse la conoscenza stessa del futuro per cambiare gli eventi? Certo, ma in questo caso non è una domanda pertinente, perché non è il caso di una pre-veggenza, tutto è rappresentato splendidamente dalla pellicola, in cui ciò che accadrà è già accaduto, tutto ciò che deve accadere accadrà, passato, presente e futuro sono la stessa cosa, in una percezione non lineare del tempo.
Non è un film di fantascienza, è una metafora sulla vita, lo si evince dal finale della pellicola, quando Louise dice a Ian: “Se già sapessi tutto ciò che dovrà accadere, vivresti lo stesso la tua vita?”.
Il finale è già scritto per tutti, eppure continuiamo a cantare. “Orson Welles”

EDOARDO ROMANELLA

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2 commenti

  1. Gran bel film.
    Mi ha veramente stupito in positivo.
    Ogni volta che vedo un suo film, non riesco mai a capire come faccia Villeneuvead essere così bravo : è sacro e profano allo stesso tempo, fa film per il grande pubblico ma con un taglio autorale che neppure Nolan osa toccare, usa un linguaggio aulico piegandolo però sempre perchè sia declinato con desinenze comprensibili a tutti.
    Un genio.
    Se avevo qualche dubbio in merito al prossimo Blade Runner, ieri sera li ho fugati tutti. Un titano del genere non può che trattare da par suo quella mateia grondante piacere intellettuale scaturita dalla penna di Dick prima e dall’occhio di Scott poi.

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