Persona

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Credo che, se siete anche lontanamente appassionati di cinema, Ingmar Bergman lo conosciate un po’ tutti. “Persona” è, a mio avviso, il suo film più bello e sperimentale, che getta le basi al futuro.

La trama è semplice e, nonostante ciò,  alquanto particolare: l’attrice di teatro Elisabeth Vogler (interpretata da Liv Ullman) si blocca improvvisamente durante uno spettacolo, non pronunciando più alcuna parola. Come prevedibile, viene ricoverata in un ospedale psichiatrico, assistita dall’infermiera Alma (Bibi Anderson). La convivenza tra le due donne avviene nella tenuta in riva al mare dell’attrice. All’inizio non sembrano esserci contrasti, ma piano piano riveleranno quella che è l’imperfetta natura umana.

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E’ un film realizzato con cinque attori, ma recitato essenzialmente dalle due protagoniste (gli altri tre personaggi sono rispettivamente: la dottoressa dell’ospedale, il marito di Elisabeth e il figlio).

Tutta la pellicola è retta da queste due incredibili interpretazioni, rette da due attrici straordinarie e bellissime. Come contorno possiamo ammirare una delle più alte manifestazioni del cinema sperimentalista, costernato da flashback, anche pornografici all’inizio (a tal proposito il film è omaggiato da “Fight Club”), sdoppiamento della personalità, la maschera forzata che siamo costretti ad indossare (l’appellativo Persona si riferisce alla maschera che indossavano gli attori nel teatro latino), inserzioni anche in chiave horror, rottura della quarta parete (lampante è lo straordinario omaggio da parte di David Lynch in INLAND EMPIRE, anche per quanto riguarda lo stile di ripresa, e in “Mulholland Drive” riguardo le due protagoniste).

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L’afflusso weird inaugurato da Bunuel si fa sentire, per cui il film risulta criptico, ma si può fornire una spiegazione se si presta attenzione ai dialoghi: la dottoressa fa luce riguardo al silenzio di Elisabeth, dovuto appunto al fatto che essa non vuole più fingere, non vuole più indossare una maschera, non vuole più mentire, e nel linguaggio è insita la menzogna. Anche suo figlio riveste un ruolo molto importante, anche esso è una rappresentazione delle sue menzogne, perché in realtà lei non lo ha mai voluto.

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La figura del marito è fondamentale per far comprendere allo spettatore il rapporto di empatia e di simbiosi che si è instaurato tra lei ed Alma, con una storica scena di sdoppiamento di personalità (Alma ha diversi punti in comune con l’altra donna, forse anche riguardo il figlio, poichè ad un certo punto accenna velatamente ad un probabile aborto avuto anni prima).

Siamo tutti uniti, nella gioia e nel dolore, e l’emblema ne sono anche le private confessioni che l’infermiera le fa durante il suo silenzio.

Restiamo uniti solo fino a quando l’altra persona non ci tradisce, con una lettera ad esempio, dove veniamo derisi per esserci aperti e aver mostrato le nostre vulnerabilità. E lo stato d’animo cambia completamente, con un flashback di scene oniriche che rimandano all’horror.

Ma in fondo, come dice anche INLAND EMPIRE, questo è soltanto un film, in uno dei primi esempi di rottura della quarta parete, con le riprese al set cinematografico.

Questo lampo di genio innovativo comunque trae ispirazione da un grande capolavoro uscito tre anni prima, il cui autore è uno dei massimi esponenti del cinema italiano, uno dei pilastri che ha gettato le basi del cinema horror nel mondo.

Non posso ancora dirvi chi sia, ve ne parlerò la prossima volta, nell’articolo riguardante “La montagna sacra”.

EDOARDO ROMANELLA

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