La Montagna Sacra

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Se cercate su Wikipedia il nome Alejandro Jodorowsky potrete notare che quest’uomo ha svolto ogni genere di professione possibile, e cito testualmente: scrittore, fumettista, saggista, drammaturgo, regista teatrale, cineasta, studioso dei tarocchi, compositore e poeta cileno, naturalizzato francese.

Soprannominato da molti “Lo sciamano”, è stato in grado di sviluppare uno stile personalissimo e le opere più svariate nel corso della sua carriera cinematografica, che dura tutt’ora, a quasi novant’anni.

Non ho avuto modo di vedere tutti i suoi lavori, anche se sono solo nove i lungometraggi, ma posso dire che, tra quelli che ho visto, “La Montagna Sacra” è sicuramente quello più valido.

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E’ un film del 1973, di non facile catalogazione (così come le altre sue opere), si potrebbe definire un film weird/fantastico.

Questa è pressappoco la trama, tratta da Wikipedia.

“Un ladro, molto somigliante alla figura di Gesù Cristo, dopo molte disavventure con persone pseudo-religiose, fugge in cima ad una torre che si rivelerà poi un laboratorio di un misterioso alchimista. Dopo aver preso parte a vari riti iniziatici l’alchimista gli presenta sette persone, le più potenti della Terra, che, insieme a loro, rappresentano le nove concezioni di vita indicate dall’Enneagramma della personalità. Insieme dovranno raggiungere la Montagna Sacra, dove vi sono nove saggi che conoscono il segreto dell’immortalità. Il loro scopo è di eliminarli e di prendere il loro posto, ma una volta arrivati lì scopriranno una sconcertante verità.”

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Nel corso della pellicola ci verranno mostrate le immagini più strane e le situazioni più bizzarre, tutte cariche di un forte simbolismo, alcune difficili da interpretare, e più si va avanti, più la difficoltà di comprensione aumenta. Ma proprio quando lo spettatore si sta scervellando per dare un significato alla pellicola, ecco che arriva la spiegazione del film, che è tutta nel suo finale: “Ma, questa vita è realtà? No, è un film” Zoom indietro.

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E’ tutto qui il significato, non importa ciò che avrete visto, o l’interpretazione che avete dato ad una determinata scena, perché questo è soltanto un film.

La rottura della quarta parete, e la ripresa del set cinematografico, con tutti gli attori e lo staff che stanno girando, è un finale geniale, ma non è tutta farina del suo sacco, poiché, se avete letto l’articolo di “Persona” (1966) del regista Ingmar Bergman, potete rendervi conto che questo tipo di esperimento era già stato messo in atto, anche se circa a metà pellicola, non nel finale. Eppure, come già vi avevo accennato nel precedente articolo, ci fu un film che precede ulteriormente il capolavoro di Bergman (1963 precisamente), e dal quale i due film sopra citati hanno tratto ispirazione. Sto parlando de “I Tre Volti della Paura”, del grande regista italiano Mario Bava,  i quali lavori sono stati omaggiati in ogni dove, ed hanno lanciato le basi al genere horror, perché una volta davamo lezioni di cinema al mondo, una volta, con Mario Bava, Fellini, Antonioni, Sergio Leone…

Una volta, quando eravamo re.

EDOARDO ROMANELLA

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